SETTIMANA DELLE MONTAGNE
VALTELLINA-VALCHIAVENNA 2/12 MAGGIO 2002
Alle soglie del cielo; mostra collettiva di pittura della montagna 
BORMIO - 6/12 MAGGIO - SALA DELLA BANCA POPOLARE
  di Graziano Tognini

E’ affascinante parlare d’arte o di montagna, ma è impegnativo farlo in breve. Se poi arte e montagna uniscono la loro bellezza, il pericolo di banalizzare si fa serio. Cercherò comunque di allontanarlo. La storia ci racconta come l’arte si sia da sempre misurata con la montagna. La pittura spesso riprese – a margine di scene o drammi, sacri o profani – il profilo di morbidi colli, di alture appena increspate; colse l’intensità scultorea delle rocce per confortare il dipanarsi delle sue narrazioni, per caratterizzare eventi (dolci natività, ma anche efferate battaglie). Poi, “il marginale” è diventato centrale. L’arte le si è avvicinata direttamente; ha cercato, indagato i suoi innumerevoli luoghi: vasti o circoscritti, inquietanti, tenebrosi, terrei, duri o solari, incantati, idilliaci, felici, ameni, soffici. L’arte ha assunto la montagna come tema, a volte determinante, quando ha scoperto che nei suoi territori innalzati si raccoglie, si addensa, un’antica vicinanza con il cielo.
Le vette sono un po’ come il ponte heideggeriano che riunisce due rive, l’arcobaleno che si appoggia a sponde terrene.
Forse – e più probabilmente – sono ancora territorio del cielo. La “pittura di montagna” si è allontanata dallo stesso “genere” della “pittura di paesaggio”: ora ha quasi una specifica identità. E proprio come in tutti “i generi” il suo ruolo dell’arte non si isola, o si affievolisce “setterializzandosi”. Per certi aspetti il “genere” lo esalta, portando ad approfondire – cogliendo profondità altrimenti ignote – quella ricerca che l’intenzione artistica rivolge verso temi rilevanti e vasti. I territori di Valtellina e Valchiavenna nascono dalla montagna, la abitano. Non avrebbe potuto l’arte quindi esserne estranea.
Punzo - Lago PalùTralasciando i tradizionali riferimenti leonardeschi e i ricchi apporti descrittivi (J.J. Meyer, ad esempio), ma anche artistici che provengono dall’incisione o, comunque, dalla grafica, non possiamo non ricordare il radicamento di molta pittura nell’ambiente alpino di Valtellina e Valchiavenna.
Cito ad esempio i pittori Angelo Morbelli, Uberto Dell’Orto, Virgilio Freno, Giuseppe Ramponi, Emilio Longoni, e ricordo i valtellinesi Luigi Bracchi, Eliseo e Geremia Fumagalli, Adolfo Greco, Paolo Giunio Guerrini, Renzo Sala, Walter Vedrini, appartenenti a un passato più recente. La mostra odierna unisce sei artisti che da anni hanno operato – o operano – nell’ambiente di queste valli.
Ma perché la montagna entra così spesso nelle loro opere? Perché, in alcuni casi, ha assunto una presenza rilevante e quasi esclusiva (Paolo Punzo), o sembra rivelare probabili prospettive per ulteriori ricerche in coloro che (Elio Pelizzatti, Valerio Righini) hanno attraversato percorsi vasti, complessi e – apparentemente – distanti da una contestualizzazione ambientale? Forse perché tutti questi autori appartengono all’ambiente geografico della montagna? Per una sorta di dovere “morale” di rappresentare i luoghi nativi, segnati da rare scene paesistiche e da singolari emergenze formali?
E’ possibile, almeno per alcuni: quasi tutti i pittori che espongono in questa mostra sono, infatti, valtellinesi; lo stesso Livio Benetti, che lo divenne per adozione, proveniva, per nascita, dall’ambiente trentino: E il bergamasco Paolo Punzo pensò di ovviare a questa “estraneità” costruendo addirittura due case in Valtellina: l’una in un luogo improbabile, denso di solitudine, sotto l’incombente parete Nord del Pizzo Tresero, in Valfurva; l’altra su più amene balze, accanto al Lago Palù, in Valmalenco.
O il perché è invece da ricercarsi in una sottile, non evidente, ma profonda influenza culturale, sociale – ma anche intimamente psicologica – della montanga su chi vi abita, soprattutto attraverso l’arte?
Probabilmente anche questo è vero.
Credo però che la montagna sia penetrata nelle loro tele per l’ineludibile necessità di dipingere la sua complessa (e ambigua) vastità formale, per svelare identità celate. Dipingendola si può percepire l’attesa contenuta nei cosmici silenzi “origine di tutto” che, remoti o rarefatti, accompagnano il suo spettacolare, solitario mutare. E si può avvertire l’inevitabile decadimento di esaltate presenze scultoree – inquiete e dinamiche – sotto l’intatta luminosità del cielo. Ma soprattutto credo che la pittura cerchi la montagna perché sta sulla soglia del cielo, dove “la figura si manifesta”. Qui il cielo la accoglie e ne è accolto.

Pelizzatti - Badile, olio, cm. 50x70 Ed è, contrariamente a un primo apparire, il cielo – il “cammino ricurvo del sole” a cui la montagna “elargisce l’ombra” – il protagonista di alcuni quadi di Elio Pelizzatti. Il cielo nasconde e scopre. Cupo velo di tetri abissi (“Cresta Guzza”), attraversato dal baluginare di improvvise, livide fluorescenze (“Parete Nord del Monte Disgrazia”), si fa, a volte, improbabilmente terso e quasi vellutato.
Ma un’ala, che trattiene e costringe l’energia del volo, corposa come un gigantesco vomere, levigata come un’immensa sala di turbina, si erge, si conficca nel suo chiarore compatto. Neppure la brillantezza di abeti e larici, posti in primo piano, né il sole congelato in vetta, smorzano la verticalità dura, ostile della parete, di ghiaccio e di granito (“Parete Nord-Est del Pizzo Badile”).
Questo quadro sembra rimandare, per l’approccio percettivo, a un dettaglio dell’imponente litografia di Giovanni Giacometti (“Bergell”, panorama della Val Bregaglia dal Piz Gallegione). Ricorda anche un antico acquerello di Alberto (“I monti in Val Bregaglia”) dove – però – creste insolitamente morbide si insinuano in cromatismi insolitamente tenui.
La tela – soprattutto – sembra ripresa – quasi imbevuta – nell’antica magia di Soglio, da “… questo stretto balcone rivolto verso la luce del mezzogiorno, di fronte a cinque picchi rocciosi”.
Vaninetti - Case di Spriana in Valmalenco, 1989 E’ ancora una lama compatto il cielo di Angelo Vaninetti, ma questo volta mescolato con algide trasparenze.
Nei paesaggi alpini, in fredde albe livignesi simili a vitrei crepuscoli, si fa puro, cristallino. E’ dominante nonostante, spesso, si limiti a un brano, circoscritto o marginale (nella tela o rispetto alla composizione).
La sua luce verticale è – proprio come la montagna – assieme “resistente e fragile”, luogo di accoglienza e di esclusione. Si insinua acuta con schegge di vivaci, a volte aspri cromatismi. Oppure si raccoglie e si condensa nei neri bui, intensi di baite tessute nella tela sottile dell’assenza, fiaccate da stanchezze inesorabili, segnate dall’impronta della solitudine, penetrate dall’abbandono, attraversate dalla profondità del tempo (“Le baite nere”).
Qui il silenzio, altrimenti assoluto e mai lacerato, si interrompe quando la montagne spira – lieve – l’atmosfera, sospesa o decantata, di una monumentale natura morta.
Limpida, senza ombre. Forse metafisica.
Benetti - Mulino a Castello dell'Acqua Nonostante il numero ridotto delle opre presenti in questa mostra di Livio Benetti, che spaziò copiosamente nella terra dell’arte per “generi” (dalla natura morta al ritratto), per tecniche (dal disegno all’affresco, al mosaico), si riescono comunque a percepire alcuni momenti significativi.
Negli ani ’40 (“Il Brenta e il Campanil Basso”), il pittore coglie l’assorta fragilità geologica dei suoi monti (assai più accentuata rispetto alle granitiche pareti della Valmasino); ne legge, forse con la nostalgia di un addio, un destino ineludibile di “decadimento esterno”.
La pastosità dell’olio che colora –come un’inattesa fiamma – le rocce, sembra però volerlo allontanare. Poi, una fissità antica pare trattenere il ricordo, sottraendo, con rare raffinatezze tonali – i frammenti azzurri di laghi e di cieli – il paesaggio a prospettive lontane.
Appartiene ad anni più recenti (anni ’80) “Rododendri in Valmalenco” . Il quado (che sembra conservare la freschezza dell’acqua in cui il colore – e il chiarore della luce che lo rivela – germogliano), dischiude microcosmi cromatici che conducono alla scala del cesello, e verso al primavera dell’astrazione.
Punzo - Pizzo Roseg dalla Bocchetta delle Forbici Per Paolo Punzo, a cui il C.A.I. Valtellinese ha dedicato recentemente un’ampia rassegna antologica, si rimanda agli scritti contenuti nel relativo catalogo.
Non si può peraltro non ricordare la capacità tecnica, ma anche l’immediatezza gestuale, che hanno caratterizzato soprattutto il suo rapporto pittorico con i grandi spazi.
Una solarità tersa, ma profondamente plastica, si adagia su cristalli giganteschi che hanno abbandonato la loro naturale spigolosità. Il ghiaccio vivo, eppure mai spettrale, accoglie una luce senza tempo – ma vitale, morbida – quasi per condurla ad accendere l’oscurità di insondabili grembi sotterranei (“Parete Sud del Pizzo Roseg”).
Nonostante la vastità geografica dei luoghi, a volte la teatralità del paesaggio si rapprende – quasi gelandosi – in presenza scultoree essenziali (“Parete Nord del Pizzo Palù”).
Una quieta astrazione, che l’esteso biancore accentua (“Parete Nord del Pizzo Roseg”), si scioglie infine nella nitida luce catturata dalla superficie innocente del “Lago Palù”.
Peroneni Quadrio Quasi sempre, in questa esposizione, la presenza umana non trova raffigurazione.
Neppure nelle opere di Vittoria Quadrio Personeni se ne sente la vicinanza, nonostante i suoi soggetti siano prossimi ad ambiti antropizzati.
La montagna assorbe attenzione e tensione. Così anche la dinamica del colore – e del tratto – che caratterizza l’espressività della pittrice, sembra acchetarsi. L’impeto si trasforma in soffio.
La torsione vitale dei suoi cavalli, l’irruenza vorticosa delle loro forme, il guizzo contenuto nelle stesse sue nature morte, paiono lontani.
Anche le stagioni sembrano confondersi: le tinte si sfumano e si assomigliano; luci ed ombre si compongono senza contrasto (“l’Adamello visto dall’Aprica in autunno”).
La forza viva dell’acqua scaturita da alte corone di ghiacci, il suo turbinoso nomadismo si diradano – o si raccolgono in pacata lentezza – in attoniti specchi palustri (“Pian di Gembro”). Ma negli sfondi lontani, i crinali e le creste dichiarano un soffuso ma incontenibile movimento (“l’Adamello visto dall’Aprica in inverno”): il paesaggio, chiuso e limitato si dilata; quasi innalza nello spazio la sua fisicità.
Righini Solo Valerio Righini non rinuncia a segnare la presenza – o l’assenza – dell’uomo.
Immagini isolate in territori dai cieli smarriti (“Poggiatoio I”) – dove la perdita, i vuoti serrati si trasformano in sculture – abbandonano la loro corporeità per distillare la memoria (“Scrematura”). Si fanno stele (“Poggiatoio II”).
Poi, Righini va oltre, va dentro la montagna. Forse memore dell’antica lezione di Cézanne (per dipingere la montagna bisogna conoscerne anche lo spessore geologico), la coglie quasi nel suo stratificarsi, nel suo farsi; ne rende luminosi, come assoggettandoli a penetranti radiografie, presenze e spessore invisibili “inzuppati d’oscuro” (“Montagna”).
Compaiono così colori di fuochi segreti, di lampi persistenti, assai intensi, luminosi. Azzurri “fortificati” si contrappongono – e quasi si alternano – a nere, inanimate opacità. Con toni più accesi e freschi, ma memori della pittura di Hodler, isola sembianze, immagini o apparenze formali. Conducendole verso una nuova riconoscibilità, compone paesaggi tanto reali quanto l’invenzione si avvicina alla riscoperta o allo svelamento.
Infine staglia questa “scultura di montagna” verso “un orizzonte molto elevato”. Quasi sempre invisibile.
Elio Pelizzatti Principali mostre collettive: 1962 Premio di Disegno Diomira – Milano; 1964 Premio di Disegno “La Parete” – Milano; 1965 Premio Nazionale di Pittura – Cinisello Balsamo; 1966 XIX Premio Nazionale di Pittura – Suzzara; 1966 1° Rassegna della grafica Italia – Zagabria; 1969 XXVI Biennale nazionale d’Arte Moderna – Milano; 1970 Information 70-71 Galerìe Rosenfels – Germania; 1972 Mostra Collettiva “Lart Vif” – Metz; 1979 Mostra Collettiva Galerie “La Rue” – Parigi; 1980 Mostra Collettiva Galerie “R. Duncan” – Parigi; 1980 Mostra Collettiva Rathaus Coira – Svizzera; 1981 Collettiva Centro Annunciata – Milano; 1981 Mostra Collettiva Thomas Gallery – Stoccarda; 1982 Incisori Italiani Convento Frati Cappuccini Piana “Galleria La Spirale”; 1983 Premio Nazionale Pittura e Grafica l’Adda – Sondrio; 1984 Mostra Collettiva Museo – Morbegno; 1984 S. Romedio Collettiva Torre Poschiavo – Svizzera; 1992 Collettiva Ex-Libris galleria “L’Arcolaio” – Jesi; 1994 Collettiva “Atelier 10” – Varese; 1999 Collettiva Raete Rezia – Berbenno; 2000 Collettiva Raete Rezia Coira – Svizzera.
Principali mostre personali: 1965 Studio Maspes – Sondrio; 1965 Galleria Contarini – Venezia; 1968 Galleria Indica – Sondrio; 1971 Galerie am Rosenfels – Lorrach; 1972 Galleria dell’Arnetta – Gallarate; 1973 Galleria “Il Grapolo” – Sesto; 1978 Galleria Banca Unione di Credito – Lugano; 1978 Pro Loco Chiavenna; 1979 Galleria Rosaria Arte – Torino; 1981 Galleria Magenta – Magenta; 1981 Personale Sala Provincia – Sondrio; 1982 Galleria Polimadei Amelia; 1982 Personale Galleria Sorrenti – Borgomanero; 1982 Pala Altare Chiesa S. Maria Perlongo – Sondrio; 1983 Metopa Chiesa S.M. dei Monti – Valfurva; 1985 Personale Palazzo della Provincia – Sondrio; 1987 Personale Galleria “La Soffitta” – Carbonia; 1989 Personale Centro Culturale Reims – Firenze; 1991 Personale Biblioteca “Faccinelli” – Chiuro; 1993 Mostra di Litografie Biblioteca – Montagna; 1997 “Segno e Colore” Personale Sala Ligari – Sondrio; 2000 “Versanti della Valmalenco” Centro Congressi Albergo Tremoggia – Chiesa Valmalenco.
Angelo Vaninetti Angelo Vaninetti è nato a Regoledo di Cosio (Sondrio) nel 1924. Dopo altri studi ha conseguito la maturità al Liceo Artistico di Brera in Milano. E’ stato professore di disegno e storia dell’arte. Vive e lavora a Regoledo di Cosio.
Numerose le mostre cui Vaninetti ha partecipato. Ha esposto in Italia e all’estero conseguendo numerosi premi e riconoscimenti (Roma, Firenze, Milano, Salisburgo, Düsseldorf, Monaco di Baviera, Rapperwill, Zurigo). Sue opre sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero. Ha partecipato a importanti mostre collettive internazionali e nazionali (Biennale di Milano, mostre contemporanee di arte moderna, Biennale di Venezia). Le tecniche pratica te dall’artista sono le seguenti: olio, acquerello, pastello, tempera, incisione, litografia.
I soggetti tipici dei suoi quadri sono baite, scorsi di paesaggi valtellinesi, porte, finestre, girasoli, gerani e fiori di campo, e inoltre nature morte di oggetti vari tipici della civiltà contadina valtellinese: ciotole, candelieri, lanterne, lüm.
Livio Benetti Livio Benetti nasce a Trento nel 1915. Il padre Gustavo, noto cesellatore trentino, gli trasmette, oltre che la sua passione per l’arte e la letteratura, anche quella per le scienze, per la natura e, soprattutto, per le montagne.
Studia presso il Liceo Artistico di Firenze dove, per necessità economiche, cerca di ridurre al minimo il corso degli studi, arrivando in soli due anni al conseguimento della maturità.
Inizia ad insegnare disegno a Trento e s’iscrive al secondo anno di Accademia a Venezia.
La sua formazione culturale avviene, in quegli anni, all’interno delle associazioni cattoliche trentine.
Nel 1937 vince la cattedra di disegno e sceglie la sede di Sondrio, presso l’Istituto Magistrale. Da allora inizia la sua cinquantennale permanenza in Valtellina.
Dal 1941 al 1955 tiene numerose mostre personali e partecipa ad alcune collettive, prevalentemente a Sondrio ed a Trento.
Dal 1952 è incaricato di numerose opere pubbliche: la fontana con il rilievo in bronzo della Previdenza, al Palazzo Inail, di Sondrio (1953-54), i mosaici in Piazza Garibaldi a Sondrio (1956), l’altorilievo in bronzo di Via V. Veneto, a Sondrio, con il “lavoro in Valtellina” (1959), il busto di Ezio Vanoni ai Giardini Sassi di Sondrio (1964), l’altorilievo in bronzo di A. De Gasperi, presso la sede del giornale “L’Adige”, di Trento, il rilievo “il lavoro nelle cave” sulla facciata della Banca Popolare di Sondrio, a Lecco (1965), il monumento “alla resistenza”, in Piazza Campello a Sondrio (1968), il monumento ai caduti di Sondalo (1972-73), il mosaico sulla facciata del Municipio di Ardenno (1973), il gruppo “la famiglia”, all’esterno dell’Ospedale di Tirano (1977), l’altorilievo con S. Martino sulla facciata della Banca Popolare di Tirano (1978), il monumento agli alpini di Aprica (1983).
Dal 1973 al 1987 apre una mostra personale permanente in Via C. Battisti, a Sondrio, che diventa un importante punto di riferimento per il mondo della cultura e per i giovani artisti locali. In questo periodo sperimenta, con il pittore Elio Pelizzatti, la tecnica dell’acquaforte, una delle poche da lui ancora non conosciuta.
Muore improvvisamente il 10 gennaio 1987.
Nel 1997, la Provincia di Sondrio, il Credito Valtellinese e il Comune di Sondrio, in collaborazione con i familiari dell’artista, organizzano una mostra con tre sezioni tematiche e due documentarie per proporre una selezione significativa delle opere eseguite nell’arco più che cinquantennale della sua produzione artistica. Inizia anche il lavoro di catalogazione.
Per conoscere Livio Benetti visita il sito http://www.creval.it/benetti/
Paolino Mario Punzo Paolino Mario Punzo nasce a Bergamo il  1° marzo 1906. Il padre Antonino, proveniente da Nola in provincia di Napoli, giunge a Bergamo nel 1901 come ufficiale impiegato al distretto militare, e in quello stesso anno sposa Angiolina Rizzo, bergamasca. Tra il 1901 e il 1914 nascono sette figli, di cui tre muoiono giovanissimi. Paolino Mario, poi noto come Paolo, è il quarto nato.  Piuttosto lacunose sono le notizie relative alla sua giovinezza e ai suoi esordi pittorici, compiuti contro la volontà paterna che lo voleva piuttosto avviato verso una più solida attività commerciale con una rappresentanza di vini e liquori.
Nel 1929 lo si trova residente a Mediglia, vicino a Milano, con la prima moglie, Alda Lardini di Sovico. Successivamente a Milano, diventa padre di Donatello nel 1932, unico figlio, poi compagno di escursioni e pittore paesaggista anch’egli. Morta prematuramente Alda nel 1939, si trasferisce a Bologna dove il 1° aprile 1940 si lega in seconde nozze alla venticinquenne Nives Baschiera, originaria di Fiume, che gli sarà al fianco sino alla fine e crescerà il piccolo Donatello. Forse per recuperare l’appoggio familiare, nell’ottobre 1940, a pochi mesi dallo scoppio della seconda guerra mondiale, da Bologna i Punzo riprendono residenza a Bergamo, a pochi passi dalla casa natale in Via di Porta Dipinta n. 31. Dalla metà degli anni Quaranta in poi cominciano i lunghi soggiorni valtellinesi, in Valfurva ai piedi della parete nord del Pizzo Tresero in una vecchia stalla trasformata in singolare dimora, dai locali detta “la baita del pittore”, e in Valmalenco nell’antica casina di caccia sulle rive del Lago Palù, o a Chiareggio, in vista del tanto amato Monte Disgrazia, producendo dipinti per la clientela cittadina che ricreano tra le pareti domestiche l’emozione degli orizzonti delle proprie vacanze estive e invernali, finte finestre appese alla parete, spalancate su panorami di montagne dai ben noti profili. 
Negli anni Cinquanta Paolo trascorre lunghi periodi a Merano, ospite del fratello, dipingendo spesso vedute panoramiche dalla riva del Passirio, pur mantenendo anche un domicilio a Milano nella centrale Via Durini al n. 7, come risulta dalle numerose scritte autografe sul verso di tele e tavole dipinte in quel periodo. Persegue a ritmo sostenuto l’impegno espositivo (Sondrio, Milano, Bergamo, Varese, Pavia, St. Moritz, Cortina d’Ampezzo), confortato da un buon livello di critica e di mercato che gli consentono un notevole benessere economico. Nell’ultimo periodo, dopo viaggi intorno al mondo toccando il Mediterraneo, l’Africa, l’America del Sud (in Perù, tramite conoscenze, viene interpellato per una decorazione ad affresco nel Palazzo del Governo di Lima), il suo repertorio diventa vario e versatile, dalla pennellata più libera e immediata di costrutto e di colore. 
Il 31 marzo 1979, assistito dall’inseparabile moglie Nives e dal figlio Donatello, muore a Bergamo all’età di settantatre anni.
Vittoria Personeni Quadrio Vittoria Personeni Quadrio è nata a Sondrio.
Dopo aver conseguito la maturità artistica a Milano, ha frequentato il corso di pittura all’Accademia Carrara di Bergamo, specializzandosi nelle varie tecniche della pittura, dell’affresco e dell’encausto – sotto la guida del maestro Achille Funi.
Per diversi anni ha insegnato disegno e storia dell’arte quale titolare della cattedra di Educazione Artistica, poi si è dedicata completamente alla pitture e alla grafica.
A Venezia ha approfondito le sue conoscenze nell’ambito dell’incisione. Ha allestito numerose personali in varie città italiane; ha partecipato a importanti rassegne d’arte nazionali e internazionali, ottenendo premi e riconoscimenti. Noti critici si sono interessati alla sua produzione con recensioni su quotidiani, riviste e periodici. Recentemente ha esposto sue opere nella Fiera internazionale d’arte di New York e di Reggio Emilia. Vive e lavora a Sondrio.
Valerio Righini Valerio Righini (1950) pittore e scultore vive e lavora a Tirano. Inizia la propria formazione artistica a Milano (Liceo Artistico di Brera, laurea in architetture al Politecnico). Dal 1968 partecipa a concorsi e rassegne d’arte. Consulente artistico e curatore di esposizioni per il museo Etnografico Tiranese è membro della società pittori Scultori Architetti Svizzeri.
Costante il suo impegno per lo sviluppo dei rapporti artistici tra la Valtellina e la Svizzera (nel Grigioni e in Ticino dove ha radici la sua famiglia). In tale ambito ha promosso varie mostre e cura l’attività artisica della galleria della Pro Grigioni Italiano di Poschiavo.
Ha illustrato: “Il grande male” di David Maria Turoldo (Mondadori, 1989); “I miei complimenti a tutta Salisburgo. Poeti e pittori per Mozart” (Bergamo, 1991); “Le mura di Glorenza”, poesie di Giorgio Luzzi (Torino, 1984); “Ventagli fotografie torsi e acque”, poesie di Mallarmé (Torino, 1994); “I boschi intorno a Sils-Maria” poesie di Gilberto Isella (Sondrio, 2000). E’ presente nel volume “Wolfgang Hildesheimer – Schle des Sehens” (Insel Frankfurt, 1996).
Principali esposizioni personali: Venezia (1978), Aix en Provence (1982), Bormio (1986), Poschiavo (1988), Sondrio (1994), Biasca (1995), Curio (1995), Brescia (1996), Poschiavo (1996), Torre Pellice (1997), Savognin (1999), Teglio (2001).
Fra i cataloghi si ricordano: “Torsi” (Bormio, 1986); “Ambienti e corpi da viaggiare” (Villa di Tirano, 1988); “Not Bott e Valerio Righini” (Biasca, 1995); “I Righini di Bedigliora” (Curio, 1995); “Ferri e forme di Valtellina” (Teglio – Sondrio, 2001).
Punzo - Pizzo Palù Per informazioni sulla mostra: Mario Pelosi
O Laura Gianesini: lauragia@tin.it
www.cai2002.valtellina.info
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